El Masegno n.58

EDITORIALE

Una sfida per riprendere ciò che rimane

Il numero di questa rivista, seppur molto ricco di testimonianze e di racconti appassionati di esperienze in ambiente vissute dai soci, racconta allo stesso tempo il quotidiano di un’umanità smarrita, in cerca di una casa comune, di un legame con gli altri, in questo presente apparentemente perduto e sospeso. Perciò costretta ad inventarsi giorno per giorno, immersa nelle difficoltà quotidiane per far fronte ad un fenomeno come quello della pandemia, che inevitabilmente scopre tutti attoniti ed impreparati, lasciando il campo a reazioni di disagio e di impaziente frenesia di ripresa.

Nonostante tutte le difficoltà contingenti, legate inevitabilmente a questo particolare momento di precarietà e di limitazioni dell’agire, la Sezione ha ritenuto di pubblicare comunque il proprio “giornale di bordo”, valutando come questo numero della rivista, ancor più che nelle trascorse edizioni, rappresenti uno dei pochi momenti di aggregazione rimasti. Ancor più che nelle trascorse edizioni, in questo stato di cose, El Masegno diventa elemento cardine di spirito comune, rappresentando come non mai, momento di identità e coesione dei soci della Sezione di Mirano del Club Alpino Italiano.

E’ pur vero che non sappiamo ancora quando, ma sappiamo certamente avverrà, si tratterà di “riprovare” a diventare collettivamente più consapevoli del fatto che possiamo sempre cercare di migliorare, che non potremo mai dominare la realtà, ma soltanto di appartenere ad una comunità di destino ed a una comune condizione di fragilità, dalla quale potremo attingere il coraggio dell’agire umano e della solidarietà volontaristica. Tre shock globali hanno inesorabilmente segnato le società del nostro tempo: gli attacchi terroristici del 2001, la crisi finanziaria del 2008 ed ora la crisi sanitaria del 2020.

In tutto questo assordante chiasso di rumore mediatico che ci avvolge, pervaso dal continuo rullare di informazioni sul virus e sulla diffusione della pandemia, si sta’ altrettanto silenziosamente consumando il lento ma inesorabile declino climatico. Declino che in breve tempo porterà allo sfacelo ambientale, propagatosi ormai anche all’ambiente alpino. Ghiacciai che si sciolgono, ormai giunti al termine della loro vita, realizzazione di piste, strade e caroselli sciistici per rendere la montagna sempre più semplice da consumare, invasione di turisti affascinati dal panorama, ma ignari ed incuranti del continuo deterioramento degli elementi che compongono il paesaggio circostante.

Anche nell’atteggiamento dell’uomo verso l’ambiente stiamo di fatto assistendo ad una rovinosa inversione di tendenza. Anziché applicare nella vita di tutti i giorni i principi di sensibilità ed amore verso la natura ed il rispetto verso l’ambiente, nozioni fondamentali che presto si acquisiscono frequentando la montagna, ora assistiamo imperterriti ad una inversione di tendenza. Il generale senso di spreco e di asservimento della natura alle esigenze dell’uomo, generalmente adottati nell’ambiente di pianura ove viviamo, sta’ lentamente entrando a far parte del modo comune di frequentazione ed approccio alla montagna ed all’ambiente alpino. Temo purtroppo che questo lento ma inesorabile processo di deterioramento faccia ormai parte di un copione già scritto, verso il quale niente e nulla è più possibile fare. Il CAI ed i soci del CAI quindi sono chiamati a portare a compimento una missione che fin da ora appare alquanto difficile, che richiede un profondo processo di trasformazione da parte di tutti.

Qualsiasi processo di trasformazione richiede un preciso e comune modo di intendere la realtà e di sentirsi collocati in essa. Si potrà infondere nuova linfa al sodalizio e riprendere nuovo vigore solo se tutti insieme saremo disponibili a lasciarci interrogare dagli eventi. Ciò sarà possibile solo quando, a “far camminare in avanti” un progetto o un’idea, vi sono persone dotate di umiltà e di senso del proprio limite. Il processo di trasformazione e ripresa cui inevitabilmente saremo chiamati richiede partecipazione convinta, senza le pretese che i frutti maturino come conseguenza immediata della propria partecipazione e del proprio impegno. L’importante è non trovarci impreparati a governare i problemi e le complessità di essi. E’ tutto da reinventare in un tempo nuovo, con nuovi paradigmi. Prima di tutto il paradigma del volontariato.

Il CAI non può essere frainteso come un’agenzia, una associazione al servizio dei soci che li organizza, li coordina e li accudisce. Il senso intrinseco, originario del volontariato e l’impegno di ciascun socio deve prevalere sulla logica dei personalismi e delle deleghe agli altri delle cose che ognuno di noi è in grado di fare. Ognuno di noi nel momento in cui sottoscrive l’adesione al sodalizio deve sentire lo stimolo ad offrire il proprio contributo solidaristico alla sezione cui appartiene ed inoltre lo spirito di sensibilizzare e divulgare l’amore verso la montagna non come passione generica ed estetica ma come amore verso la natura, verso il rispetto dell’ambiente, deve insegnare al prossimo a meravigliarsi a stupirsi, proteso verso la magia dell’ambiente alpino e di quello in cui vive. Deve in sostanza offrire i propri occhi per far vedere agli altri quello che gli altri non vedono.

Stefano Marchiori
Presidenze Sezione CAI Mirano

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Masegno n 58 2021

El Magegno n. 56

Editoriale

Il rischio… tensione dell’uomo al sublime

La radice etimologica del sostantivo sublime, deriva dal latino sublimis, composto da sub-, “sotto”, e limen, “soglia”, quindi : “ciò che è al limite”, “ciò che arriva fino alla soglia più alta”. L’essenza della natura umana è permeata da una costante tensione ad elevarsi al di sopra di se stessa, trascendendo la mediocrità e la banalità del quotidiano. Il sublime rappresenta la grande sfida alla natura da parte di una umanità che con l’Illuminismo ha compreso di aver perso la centralità nell’universo, nella cognizione di rappresentare soltanto un minuscolo organismo in uno spazio naturale e cosmico infinito. L’alpinismo in termini assoluti, rappresenta questa tensione emotiva. L’alpinismo non consiste nella ricerca delle difficoltà, nella sfida al cronometro, ma in una spinta ideale innata nell’uomo. E’ un’attività riservata a pochi, che permette di elevarsi con il corpo e con lo spirito.

Certo, lo scalatore rischia. Ma accetta il rischio con un senso di liberazione. “Il rischio peraltro è uno degli aspetti dell’alpinismo più difficili da spiegare a chi non lo pratichi.” Lo afferma l’alpinista Franco Brevini, professore universitario di Letteratura italiana nel libro “Alfabeto verticale” una delle sue ultime opere letterarie. Infatti il messaggio che traspare dai testi letterari e giornalistici presenti nei media, nelle narrazioni di episodi ed avventure legate all’alpinismo, non aiutano certamente il non alpinista. Racconti narrati da alpinisti che hanno compiuto imprese leggendarie, magari sopravvivendo a un tragedione omerico, raccontano di solito avventure davvero memorabili, ma insistono sul dato tecnico e presuppongono l’esperienza alpinistica del lettore, che diviene troppo spesso l’unica chiave per la condivisione delle emozioni. Il modello è e rimane tuttora appunto, la tragedia classica o l’epica, di cui si conosce o si capisce subito il finale: eroi e destini maledetti che tengono in sospeso il lettore nella vana speranza, di un inceppamento del meccanismo che porta inevitabilmente al disastro.

È un modello che può conquistare il lettore, se instilla il fascino dell’avventura o fa scattare l’emulazione; ma lascia agli altri tutte le loro perplessità e le loro opinioni, la principale delle quali è che gli alpinisti siano matti. Soltanto coloro che il rischio lo praticano riescono davvero a comprendere la tensione verso il sublime che da questo e per questo ne deriva. Immanuel Kant, nella sua grande opera Critica del giudizio narra testualmente: “le rocce che sporgono audaci in alto e quasi minacciose, le nuvole di temporale che si ammassano in cielo tra lampi e tuoni… riducono ad una piccolezza insignificante il nostro potere di resistenza… Ma il loro aspetto diventa tanto più attraente per quanto più è spaventevole, se ci troviamo al sicuro; e queste cose le chiamiamo volentieri sublimi, perché esse elevano le forze dell’anima al di sopra della mediocrità ordinaria, e ci fanno scoprire in noi stessi una facoltà di resistere interamente diversa, la quale ci dà il coraggio di misurarci con l’apparente onnipotenza della natura”. Del resto l’alpinista è appeso a un filo in modo tutt’altro che metaforico, ed è questa consapevolezza che fa dire a Brevini: “per me l’alpinismo è questa presenza totale verso un mondo spietato e avvincente, questa partecipazione alla vita che mobilita mente e corpo, scrollandosi di dosso l’artificio in cui siamo in ogni istante immersi”. Sul concetto di sublime e di coscienza del rischio, insito nella frequentazione della montagna, e più strettamente nell’alpinismo ai vari gradi, purtroppo l’anno appena trascorso è stato quanto meno emblematico ed ha lasciato dopo la morte di Leonardo, un secondo profondo segno indelebile sul dna del nostro sodalizio miranese.

Era inevitabile pertanto nel redigere questo editoriale non ritornare su quello che è stata il fatto più estremo e sfortunato accaduto lo scorso15 giugno. Una data che ricorderemo per sempre. La vitalità e la forza che Elisa aveva in se e che esprimeva con un sorriso luminoso e straordinario, ha lasciato un solco incolmabile ed ineliminabile nei nostri cuori e nella nostra mente. Dedichiamo a Lei lo splendido lavoro svolto nel corso del 2019, un anno vissuto così intensamente. Dedichiamo a Lei tutti i successi e lo splendido ed eccezionale lavoro svolto in un anno che rimarrà scolpito nella memoria della nostra sezione, così unico e particolare per tutti. Da parte della Scuola di Alpinismo, che ha visto un nuovo Istruttore Nazionale, un nuovo istruttore di arrampicata libera, un nuovo istruttore di alpinismo, della Scuola di Escursionismo con due nuovi accompagnatori, degli Operatori Naturalistici con una nuova operatrice nazionale e tutte, tutte le attività a cui hanno contribuito tanti soci attivi nella sezione.

Un anno così speciale, denso di toni chiaro scuri, che insieme a tante soddisfazioni è riuscito in pochi attimi a toglierci il fiato e la voce, quando il fato ed un triste destino hanno voluto rapire e strappare alla vita la nostra Elisa… Un pensiero infine corre a Costantino Azzolini, fratello del già compianto Alberto cui è intitolata la nostra sezione. Testimone di una sensibilità e rispetto verso l’ambiente ineccepibili ed inoppugnabili. Testimone di un tempo presente in cui la sensibilità sociale verso i temi ambientali appare in tutta la sua vacuità e priva di sostanza, tanto conclamata da una società ipocritamente rivolta sempre più massicciamente al consumismo più sfrenato, alla tensione verso l’effimero e all’inutile, allo spreco e ad imporre stili di vita privi di lungimiranza e di rispetto dei valori fondamentali dell’uomo. Gli slogan ed i movimenti estemporanei che nascono e muoiono in poco tempo, diventano quasi un rimedio apparente o addirittura un alibi a tutto quanto avviene nel silenzio accomodante di tutti.

Ecco allora ritornare a quanto citato prima dalla penna di Kant. L’attrazione al rischio che diventa tanto più intensa quanto più ci sentiamo al sicuro. Il rischio in questo caso non è rappresentato dal gesto alpinistico, bensì dai disastri ambientali che il cambiamento climatico inevitabilmente comporterà e quanto sentirsi al sicuro è diventata più una rassegnazione o una convinzione inculcataci dai media legati esclusivamente ad interessi di lobbies economiche nazionali ed internazionali. In questa sfida ci mancheranno Elisa e Costantino, ma in loro nome troveremo il coraggio e lo stimolo di perseverare nella lunga ed estenuante battaglia che ci aspetta per i prossimi anni, come sodalizio ed ancor più come cittadini del mondo.

Un saluto a tutti
Il Vostro presidente.

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Masegno n 56 2019

El Masegno n° 54

EDITORIALE

In questo numero 54 de El Masegno non potevamo esimerci dal trattare le conseguenze ambientali che si sono abbattute sulle nostre montagne, in occasione degli eventi atmosferici avvenuti lo scorso mese di ottobre. Il quadro ambientale che emerge è davvero cupo. Un disastro che fa male e che ha segnato in modo irreversibile il territorio delle nostre Dolomiti. L’ondata di maltempo ha distrutto oltre un milione di metri cubi di foresta in poche ore sulle Dolomiti tra Veneto, Trentino Alto Adige e Friuli.

Una ferita profonda che impiegherà molti anni per rimarginarsi completamente. L’Agordino, il Feltrino, il Comelico, l’Ampezzano sono le zone più colpite, come pure l’Altopiano di Asiago, il Cansiglio, e la Val Visdende. Un vero e proprio disastro ambientale.

 

 

Sono paesaggi irriconoscibili quelli delle Dolomiti oggi, paesaggi che porteranno il segno di quel terribile pomeriggio di lunedì 29 ottobre 2018 quando la furia della natura ha iniziato a scagliarsi con terribile violenza, soprattutto sulle provincie di Belluno e Trento. Quella data rimarrà incisa per sempre nel cuore e nella mente degli abitanti di questa meravigliosa terra. Qualche giorno fa un servizio giornalistico di una nota rivista nazionale, proponeva ai lettori di immaginare il Monte Bianco senza neve.

Per quanto possa sembrare un’idea strana, è ciò che potrà accadere tra non molto tempo, a causa del cambiamento climatico in atto. Questi cambiamenti, causeranno la scomparsa di alcune specie che vivono in alta quota, i pendii saranno più instabili, visto che il permafrost, lo strato di ghiaccio permanente, cederà. Tra il 3 ed il 14 dicembre a Katowice, in Polonia, si è tenuta la Conferenza internazionale sui cambiamenti climatici, ritenuta strategica e fondamentale per evitare il global warming, fenomeno considerato in costante e progressivo aumento. Fenomeno che si accompagna in modo irreversibile all’incremento della presenza di anidride carbonica nell’atmosfera.

La sfida per invertire la tendenza dell’ aumento delle fonti di inquinamento è iniziata almeno un ventennio fa, tuttora però priva di reazioni concrete. In questo contesto a rimetterci sono gli ambienti meteorologicamente più fragili, più soggetti alle turbolenze atmosferiche, tra i quali quello alpino ne rappresenta l’emblema. In montagna si possono immaginare accadimenti di importanti fenomeni connaturati alle peculiarità alpine quali valanghe, frane, assestamenti del territorio, ma non saremmo mai arrivati a prevedere un uragano come quello abbattutosi sulla montagna veneta e trentina alla fine del mese di ottobre. Molti studiosi ritengono che sia già stata intrapresa la strada senza ritorno, e valutano ormai inutile, vano e senza speranza concepire e poi mettere in atto un’inversione di tendenza o reperire un rimedio concreto.

L’idea scaturisce dalla ormai assoluta certezza che i comportamenti e gli usi che l’uomo si è dato non possono arrestarsi, anzi richiederanno un progressivo e sempre più massiccio aumento dell’utilizzo delle risorse naturali e dell’energia derivante dai combustibili fossili, dannosi per l’atmosfera. Le necessità della razza umana aumenteranno sempre più nel corso dei prossimi anni, concentrando il consumo delle risorse e la densità abitativa in un sempre più ristretto territorio, di fatto velocizzandone la desertificazione. Noi che coltiviamo l’amore e la passione per la montagna abbiamo l’obbligo morale di riportare in pianura ove viviamo le lezioni che la natura alpina ci offre nel corso di un’escursione, una passeggiata, un’arrampicata.

Noi siamo chiamati a svolgere un primario ruolo di sensibilizzazione, di avvicinamento della società alla natura ed all’ambiente. Noi non altri. E’ per questo motivo che gli amanti della montagna non possono ritenere l’ambiente alpino come un entità astratta, asettica, immacolata ed inesauribile, in alcuni casi subordinata soltanto alle passioni agonistiche e non possono né debbono scindere la natura alpina dall’habitat naturale in cui vivono. Il senso civico che necessariamente deve risiedere in noi, richiede in termini assoluti una predisposizione interiore per il bene generale, per l’amore per la natura e l’ambiente in senso ampio e noi in questo senso,senza alibi di sorta, siamo chiamati a svolgere il ruolo di portatori di tali concetti e principi.

Stefano Marchiori
Presidenze Sezione CAI Mirano

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Masegno n 54 2019

El Masegno n° 43

EDITORIALE

Cari soci,

Sembra ieri, invece è già trascorso un anno. Era il numero 41 di questo giornalino. Lo scorso febbraio
a pagina 3 Ugo Scortegagna si accomiatava dalla direzione redazionale de El Masegno, alla
sua maniera, con un breve ma appassionato editoriale. Il “bollettino di viaggio” come lui ama definirlo
è stato per molto tempo ed in molte occasioni frutto della tenacia nel crederci e nel volerlo portare
avanti, a tutti i costi, nonostante tutto anche in momenti nei quali non molti erano convinti dalla necessità
per la nostra sezione, di pubblicare un bollettino informativo. 41 “Macigni” o “Masegni” come
in dialetto noi li chiamiamo, portati avanti in una associazione come quella del CAI dove la cultura
rappresenta un’entità astratta, troppo inconsistente, che non sempre trova il giusto interesse ed
apprezzamento tra gli associati. La tenacia e la perseveranza hanno però consentito di proseguire
nel tempo e far mantenere al giornalino un target di elevata qualità .

Dopo venti lunghi anni, anche Ugo si è convinto a passare il testimone, conscio che il nuovo gruppo
di lavoro costituitosi rappresentava una garanzia per proseguire la navigazione con serenità e
continuità.

La commissione culturale, vero soggetto propulsore delle iniziative culturali e ricreative della nostra
sezione, ha così proposto me per il nuovo incarico.Prendere in mano un fardello così pesante rappresentava
e tuttora rappresenta una sfida che confido il tempo riuscirà a rendere più leggera. Pertanto,
la riserva temporale data ai miei colleghi di commissione, serve a rappresentare la necessità
di un giusto tempo per valutare le difficoltà ed anche i benefici che tale esperienza potrebbe regalarmi.
Non ultimo, il problema delle risorse economiche limitate a disposizione, così attuale ai nostri giorni,
e la difficoltà sempre maggiore per la sezione di poter sostenere la pubblicazione di due numeri
cartacei nel corso di un anno. Così il mio primo numero è stato pubblicato soltanto on line, nell’apposito
spazio del nostro sito web sezionale. Di qui le osservazioni ricevute, consistenti nel fatto che
una pubblicazione on line, a detta di molti, non viene nemmeno consultata ed El Masegno finisce
per perdere quella finalità di diffusione della voce dei soci, per i soci. Con questo numero speriamo
di ridare voce “visibile” ai nostri Soci e alla Sezione tutta.

Monia Simionato

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masegno_43

El Masegno n° 42

Cari soci eccoci ad un nuovo appuntamento.

Quest’anno, è stato un anno molto lungo e ricco di iniziative.
Lungo: in quanto la “Sezione” ha proposto un ricco carnet di corsi, escursioni e serate culturali che si sono dimostrate di rilevante spessore culturale storico e geografico, spaziando, si può dire, a 360°. A cominciare dal XXIII corso di escursionismo base, il XXIX corso di alpinismo e arrampicata su roccia per continuare con il corso culturale su “I grandi fiumi del Nord Est” che ci ha permesso di riscoprire “il nostro territorio comunale”, grazie al socio Luca Barban che ci ha proposto una escursione fuori porta, lungo gli argini del Muson.

Non dimentichiamoci poi di Mirna Fornasier, Giampaolo Calzà e Gianfranco Corradini, tre persone di eccezionale normalità che hanno arricchito le nostre serate facendoci partecipi di alcuni momenti della loro vita attraverso immagini di rara bellezza e semplicità. Ricco di iniziative: due in particolare. I 150 anni del CAI. Come preannunciato nella “Relazione morale del Presidente” (El Masegno n. 41), il CAI centrale ha organizzato numerose iniziative per celebrare i 150 anni della fondazione del Club Alpino Italiano, che si sono affiancate a quelle sezionali. In questo numero vi vengono proposte alcune testimonianze vissute dai nostri soci durante le celebrazioni.

Il “50° anniversario della tragedia del Vajont”. La nostra “Sezione”, che è sempre stata sensibile a temi non solo ambientali ma anche umani, ha voluto ricordare questo momento con un’escursione sul fronte della frana per “NON DIMENTICARE”. A queste importanti iniziative si affianca il lavoro fatto dalla Commissione Culturale che, con la collaborazione del socio Andrea Brait, ha voluto proporre un corso formativo diverso da quelli fino ad oggi presentati: “Sentieri verso l’equilibrio”.

Si tratta di un corso incentrato sulla mente, l’anima e il corpo della persona, la mente biologica, psicologica e sociale che se sono fra loro in equilibrio ci permettono di affrontare ogni prova della vita. Da ultimo, ma non meno significativo, ricordiamo il bellissimo viaggio di alcuni soci in Islanda, del quale viene proposto un frammento in questo diario.

per il Comitato di Redazione
Monia Simionato

El Masegno n° 41

Per tutti, di conseguenza anche per me, arriva il momento in cui è giusto “passare la mano”.

Dopo 20 anni e 41 MASEGNI credo sia utile e importante lasciare ad altri la direzione del nostro “bollettino di viaggio”. Non lo nascondo, è stata un’esperienza che mi ha fatto crescere e che mi ha gratificato. L’ho sempre realizzato con un grande spirito di servizio. In 20 anni, a memoria, ho scartato un solo contributo perché non pertinente. Un lavoro che, con l’andare degli anni, è migliorato sempre più e ha avuto la partecipazione di molti soci.

Una rivista sezionale che, col passare del tempo, è stata sempre più apprezzata; quando qualche anno fa non siamo usciti con un numero, abbiamo ricevuto tante di quelle critiche, tanto che abbiamo capito quanto importante sia (e sarà!) per il nostro corpo sociale. Oggi, avendo più di 1000 soci, siamo tra le Sezioni medio grandi e credo che anche EL MASEGNO abbia avuto un ruolo significativo; questo lo potete riscontrate nell’articolo proposto dove ho passato in rassegna tutti i numeri. Sin dai primi numeri l’abbiamo chiamato il “nostro giornale di bordo”, dove ritroviamo la storia e l’evoluzione della nostra vitale e vivace sezione.

Ora lascio il tutto in buone mani perché si è costituito un piccolo gruppo (la Commissione Culturale) che ha tutte le capacità e competenze per portare avanti questa piccola avventura. Il mio “passare la mano”, non mi era stato chiesto da nessuno, non c’è nessuna rivalsa; l’ho deciso in questo momento perché le cose vanno bene e di conseguenza mi è più facile lasciare. Come ho detto ai dirigenti sezionali e alla Commissione, io sarò sempre disponibile a suggerimenti e a dare il mio contributo con articoli e rubriche qualora lo ritenessero utile e necessario. Lascio la direzione redazionale, cioè la figura di colui che indica l’orientamento alla pubblicazione. Spesso mi sono trovato da solo a condurla in vetta, con i pro e i contro, nel senso che ho dovuto mettere più articoli miei e anche fotografie.

Ora esiste un comitato di redazione fatto da più persone. Per fare dei ringraziamenti dovrei occupare tutte le pagine de EL MASEGNO, ne ho già riempite parecchie, pertanto, anche per non dimenticare nessuno, faccio solo due nomi: Danilo Baita e Nerio Fiore che mi hanno spinto e avviato, nel lontano 1992, a questa avventura, che come ho detto mi ha fatto crescere molto al punto che sono riuscito a realizzare un libro sulla storia del CAI, ma soprattutto dedicato alla nostra sezione, raccolto in una pubblicazione di oltre 650 pagine.

Grazie a tutti, il direttore redazionale:
Ugo Scortegagna